Il ricordo di Alain Vogin

Il mio ricordo di Alain Vogin, che voglio condividere con i lettori di Tuttohockey e con il popolo-Valpe, è uno ma si compone di due momenti. Lo scenario è il dopopartita di Valpellice-Pontebba, Coppa Italia, 20 ottobre 2009, vittoria della Valpe 5-3. Esordiva in prima squadra il giovane Andrea "One" Rivoira, a sostituire il portiere titolare Craig Kowalski. Il ragazzo sarà uno dei protagonisti della serata, e i complimenti sinceri giunsero da coach Vogin sotto forma di un forte abbraccio sotto la curva "Filatoio" (le immagini sono contenute nell’Intro del doppio dvd con le highlights dell’intera stagione 2009-10).
Una bella scena, di solidarietà e affetto per il giocatore e per il ragazzo, apprezzata dalla tifoseria. E pochi minuti dopo, in conferenza stampa, alla presenza dei giornalisti, la gratitudine e i complimenti del tecnico si manifestarono in un’altra maniera, non contraddittoria, ma complementare. Intervistato Rivoira, "l’eroe della serata", il moderatore giustamente congedò il giocatore lasciandolo alla canonica doccia, invitando a rivolgere domande al coach. Alain stava iniziando a rispondere quando vide che il giocatore stava lasciando la sala, e allora lasciò il microfono per alzarsi e andare a stringergli la mano: un esempio di stile, di correttezza e di classe, da parte di un tecnico che certo esigeva molto dai propri giocatori, anche dai giovani, ma prima ancora da se stesso.
 Quanto Alain Vogin fosse perfezionista lo chiarisce Carl Mallette, uno dei suoi giocatori di Rouen, con cui vinse la Ligue Magnus del 2007-08, nel servizio del Tg regionale dell’Alta Normandia che domenica 15 agosto ha dato notizia del suo decesso.
Un vincente, dice giustamente l’attaccante canadese dei «Dragoni» con cui Vogin vinse anche un campionato da giocatore e vari campionati nella veste di allenatore di giovanili. Il suo arrivo in Valpe, un anno fa, era stato salutato con entusiasmo da giocatori e tifosi (quasi 700 sugli spalti al primo allenamento), così come da parte di quegli addetti ai lavori collaterali, di cui i giornalisti fanno parte.
Piacevano la sua simpatia, la sua precisione, la capacità di pianificare nel dettaglio l’organizzazione della squadra (a partire dalla dislocazione degli armadietti nello spogliatoio, in modo che un professionista straniero fosse vicino a un "bocia" locale, e così via: niente gruppetti, uno solo grande gruppo che lavora d’un sol cuore per la stessa causa); grande la sua capacità di trarre lezioni dalle sconfitte per rivoltare la tattica e magari vincere lo scontro successivo: successe soprattutto nell’autunno, quando poteva contare anche sull’effetto sorpresa.
Poi credo che, alle prime difficoltà, inevitabili per una compagine esordiente in massima serie, si sia trovato stupito di veder crescere il consenso sulla sua persona anche di fronte a risultati "altalenanti": era pur sempre di scuola canadese, "un gagnant", dice sempre Mallette.
Non si accontentava, e probabilmente avrebbe voluto rispondere all’affetto del popolo Valpe con risultati ancora migliori. Forse (il condizionale è più che mai d’obbligo) anche questo consenso sincero, paradossalmente, gli pesava.
Grande motivatore, sapeva "leggere" nella personalità dei giocatori, in particolare riuscendo a portare in superficie le qualità dei giovani, spronandoli e tranquillizzandoli: aveva lasciato quando ritenne di non riuscirci più, ma la squadra che lui aveva impostato aveva nel frattempo raggiunto l’obiettivo prefissato: concetto che hanno detto ripetutamente, a fine stagione, la dirigenza uscente e il giovane tecnico Stefano Canale. Non è stato sufficiente a rasserenarlo, come non lo è stato l’incarico a Angers.
Ora chiedo solo una cosa: che non si parli di "triste sorte" della Valpe (un giocatore travolto dall’alluvione, un presidente stroncato da un incidente d’auto…): intanto perché altri lutti hanno colpito recentemente l’hockey italiano (pensiamo a Darcy Robinson, ma anche al giovane Armin dei Blue Headz di Vipiteno, gemellati con gli Ultras Valpe), ma poi, soprattutto, queste cose, queste tristi cose fanno parte della vita, che a volte si accanisce contro chi meno lo meriterebbe, purtroppo ogni giorno, anche lontano dagli impianti sportivi, nelle città e nei paesi, accanto a noi che non ce ne accorgiamo neppure.
Lo sport amplifica un po’ le grandi passioni e le grandi amicizie ed è naturale che un evento del genere colpisca tutta una valle e l’opinione pubblica. Molte sono le persone a cui va il rimpianto di chi scrive. Alain era uno di loro, uno di quelli che non dimenticherò. Ah, era anche un appassionato di cani: davvero tante, le sue belle qualità!

 

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