(giovanni zuntini) La Top Division IIHF dell’hockey su ghiaccio mondiale del Blue Team sfuma nel modo peggiore. Più che per la retrocessione in sé, pronosticabile già alla vigilia contro avversarie superiori, per come è maturata la sconfitta con la Slovenia, l’unica vera partita da non sbagliare. Un 5-1 (0-0, 3-1, 2-0) pesante, quasi definitivo già dopo metà gara, che chiude il Mondiale dell’Italia con tanti rimpianti e pochissime certezze offensive. Per giorni l’ambiente azzurro aveva costruito le residue speranze di salvezza attorno alle ultime due sfide contro Danimarca e Slovenia.
La rimonta sfiorata contro i danesi nel corso dei tempi regolamentari, nei supplementari e dopo i tiri rigore aveva lasciato aperto uno spiraglio, ma contro gli sloveni il Blue Team di coach Jukka Jalonen è crollato proprio nel momento della verità. Incapacità di trasformare l’equilibrio iniziale in concretezza: pochi gol segnati in tutto il torneo, power play quasi mai incisivo e una cronica difficoltà a restare mentalmente dentro la partita dopo il primo episodio negativo. Ed è forse questo il dato più preoccupante.
L’Italia non è stata travolta sul piano del coraggio o dell’impegno. In diverse partite gli azzurri hanno retto a lungo il confronto anche contro nazionali più profonde e attrezzate, riuscendo spesso a restare in scia almeno per un tempo. Ma appena il livello fisico e tecnico saliva nei momenti chiave (un power play da sfruttare, un cambio difensivo delicato) emergevano limiti evidenti.
Il paradosso è che questo doppio percorso tra Olimpiadi di Milano Cortina 2026 e Mondiale IIHF di Top Division (fallimentari a livello di risultati ed obiettivi non raggiunti, considerando il fatto che a livello di gerarchie internazionali hockeystiche siamo ormai abbondantemente dietro a Danimarca, Norvegia, Austria e Slovenia e sperando di non essere anche sorpassati da Kazakhstan ed Ucraina, ndr), potrebbe comunque lasciare qualcosa di utile. L’Italia dell’hockey su ghiaccio ha dovuto accelerare il ricambio, mettere dentro giovani e responsabilizzare un gruppo che nei prossimi anni sarà chiamato a reggere il peso del movimento (con la speranza di una migliore organizzazione dal punto di vista federale considerando la follia di disputare sei inutili test premondiali contro nazionali non all’altezza di un seria preparazione, come Francia e Gran Bretagna, ndr).
In prospettiva futura per i nostri giocatori selezionabili in nazionale, affrontare per mesi partite e caponati di hockey di altissimo livello, può diventare un banco di prova prezioso, soprattutto per atleti che fino a poco tempo fa vivevano quasi esclusivamente di una normale realtà come quella della doppia attività della Serie A italiana e dell’Alps Hockey League o addirittura di campionati ancor meno competitivi e professionali.
Amarezza del momento post retrocessione a parte, infatti, le note positive esistono. Alcuni giovani hanno mostrato personalità anche sotto pressione, i portieri italiani in più occasioni hanno evitato passivi peggiori e, a tratti, la squadra ha dato l’impressione di poter competere sul piano dell’intensità.
Contro avversarie come Slovacchia o Danimarca gli azzurri non sono spariti immediatamente dal ghiaccio: hanno lottato, pattinato, cercato di restare aggrappati alle partite. Ma nell’hockey moderno questo non basta più. Servono cinismo, special team affidabili, maggiore qualità tecnica nelle situazioni decisive e soprattutto una tenuta atletica per sessanta minuti di gioco effettivi ed oltre e per tornei che vedono la disputa di tre gare anche nell’arco di 96 ore.
La Slovenia, con un movimento hockeystico numericamente inferiore rispetto a molte realtà europee (e con soli due club attivi a livello professionistico, l’Olimpia Lubiana in ICE Hockey League e l’Acroni Jesenice in Alps Hockey League, ndr), ha mostrato esattamente quello che all’Italia oggi manca: lucidità, organizzazione e capacità di colpire appena l’inerzia cambia.
Ora in casa Italia e Federghiaccio è arrivata la retrocessione, ma anche un’estate che porterà inevitabilmente riflessioni profonde, perché il Mondiale ha confermato che l’Italia può ancora stare vicino alle grandi per qualche tratto di partita, ma allo stesso tempo ha anche ribadito con brutalità quanto sia ancora lontana dal riuscire a restarci davvero per sessanta minuti ed oltre.
Il cammino del Blue Team ai Mondiali IIHF di Top Division: Italia – Canada 0-6 (0-3, 0-3, 0-0), Italia – Slovacchia 1-4 (0-1, 0-1, 1-2), Italia – Norvegia 0-4 (0-1, 0-2, 0-1), Italia – Cechia 1-3 (0-0, 1-0, 0-3), Italia – Svezia 0-3 (0-2, 0-1, 0-0), Italia – Danimarca 2-3 dr (2-0, 0-2, 0-0; 0-0; 0-1) ed Italia – Slovenia 1-5 (0-0, 1-3, 0-2).
Statistiche: ultimo posto del Girone “B” con 1 punto in 7 gare, 5 gol fatti (2 Tommy Purdeller, 1 Gabriel Nitz, Nick saracino e Phil Pietroniro ), 28 subiti (13 Davide Fadani, 11 Damian Clara e 4 Jacob Smith).
Così nei Mondiali di Prima Divisione Gruppo A 2027 (seconda serie): Italia (neo retrocessa), Gran Bretagna (neo retrocessa), Francia, Polonia, Lituania ed Estonia (neo promossa).
@ Riproduzione Riservata #Tuttohockey